Importantissima pronuncia della corte di Cassazione; con la sentenza 639 del 13 gennaio la Corte di Cassazione ha condannato per pedopornografia anche chi ha l’hard disk del proprio computer file destinati al cestino e quindi cancellati.
La Corte ha così respinto sul punto il ricorso presentato da uno psicologo che era stato sanzionato con 3 anni di reclusione dalla Corte D’Appello di Palermo e l’interdizione di 5 anni dai pubblici uffici per essersi procurato attraverso l’accesso ad internet immagini con contenuto pedopornografico.

Tra i motivi di ricorso, la difesa aveva sostenuto che la semplice visioni di immagini non costituisce reato e quindi la condanna era da annullare.
La Corte ha però ricordato che, sulla base della fattispecie di reato dall’articolo  4 della legge 269/1998, la condotta penalmente rilevante consiste nel fatto di procurarsi consapevolmente o di disporre di materiale pornografico realizzato attraverso lo sfruttamento sessuale dei minori di anni 18.

nel 2006 poi, la legge 38 ha inasprito ulteriormente le sanzioni prevedendo un’aggravante quando il materiale detenuto è cospicuo e affermando inoltre che la semplice dentenzione costituisce fattispecie di reato.

Ora la Suprema Corte precisa che nella condotta di procurarsi o di disporre rientra sicuramente anche la semplice visione di immagini pedopornografiche scaricate sul computer, perchè, per un tempo anche limitato alla sola visione, le immagini sono nella disponibilità dell’interessato.

In altre parole, la condotta di chi si procura materiale perdopornografico offende la libertà sessuale e individuale dei minori coinvolti come il comportamento di chi lo produce.

Inoltre, come risultava dall’accertamento tecnico compiuto in sede di merito, un elevato numero di immagini era contenuto negli hard disk dei computer di proprietà dello psicologo siciliano in modalità “non allocata”: si trattava cioè di files avviati al cestino e quindi cancellati.

Ma che, scrivono i giudici, “erano pur sempre disponibili attraverso una semplice riattivzione dell’accesso al file. Quindi erano detenuti e per tanto disponibili”.

Del resto, conclude sul punto la Suprema Corte, lostesso interessato aveva ammesso in sede di interrogatorio che il materiale incriminato non solo era stato scaricato in maniera consapevole da internet ma che, prima di procedere alla sua cancellazione, era stato ampiamente visionato, escludendo così un’operazione di involontario scaricamento.

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